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L’enfasi

Partendo dalle arti figurative, gli esempi più interessanti di enfasi li ritrovo in Munch e Picasso. In questo caso, a mio parere, meglio il norvegese pazzo rispetto al genio iberico. Certo, in Guernica, in quel coacervo di figure straziate, la madre col bambino, i volti terrorizzati, le persone che cercano di sfuggire dalle fiamme, l’enfasi galoppa sovrana. Ma vuoi mettere con L’Urlo? E’ un manifesto dell’enfasi, quella figura stravolta nel terrore che si propaga come onde psichiche a tutto il paesaggio, quel condensare in un’unica immagine la deformazione della realtà prodotta dal senso di angoscia e insieme la pressione insostenibile che il mondo esterno esercita sull’individuo, come a deformarlo in una maschera grottesca.
Del resto tutto il successivo movimento espressionistico, di cui l’Urlo è geniale precursore, trova nell’enfasi espressiva la sintesi della dilatazione della presenza del soggetto, quell’urgenza di ripristinare una lacerata centralità dell’individuo mortificata dallo sviluppo dell’industrializzazione e dell’abnorme crescita della città, come ricorda Achille Bonito Oliva in un saggio dedicato all’enfasi. Altro esempio illuminante è Lo sbadiglio, di Max Beckmann, del 1918.

E l’enfasi in letteratura?

Pubblicato maggio 4, 2010 da allombradellaluna in altro

Le radici sono i nostri figli

Torno a casa dopo cinque anni di vita all’estero, lontano dall’Europa, nella piccola Inghilterra del Pacifico, così la chiamano la Nuova Zelanda.
Torno a casa dopo cinque anni di “no al nucleare”, di attenzione all’ambiente, di scarsa burocrazia, di trasparenza, di soddisfazione, di cemento armato assente e di opportunità.
Non è che torno a casa perché casa mi mancava (“torno per mio padre che non sta bene” continuo a ripetermi.)
Come molti emigranti avevo finito per chiamare “casa” ciò di cui un tempo neppure ero al corrente. Ho finito per riconoscermi negli spazi vasti, nelle vedute aperte ai respiri, nei cieli che ancora sanno sollevare gli sguardi. E mi sono ritrovato ad amare, riamato, i miti degli antenati polinesiani, le storie dei navigatori degli oceani a oriente, le cosmogonie maori e l’effervescenza di quel multiculturalismo già in atto che in Italia fa paura e che altrove è considerato risorsa irrinunciabile.
Ecco. Salgo sull’aereo, e torno a casa, con la consapevolezza di aver di nuovo imparato l’arte antica della fiducia nel futuro: qualcosa che avevo smarrito tempo prima nella terra dei miei padri.
Fiducia nel futuro, penso. Penso: “capacità d’immaginarsi il domani”.

Pubblicato maggio 4, 2010 da allombradellaluna in altro

Luci nel buio

Condensare in un post l’efflorescenza di spunti emersi nell’incontro di venerdì scorso a Cuneo, per Scrittorincittà, con Giorgio Falco e Antonio Scurati (Giorgio Vasta a moderare), è impresa fuori dalla mia portata. 
Certamente è stata l’occasione ideale per focalizzare il filo conduttore dell’intera manifestazione di quest’anno, dedicata alle Luci nel buio, partendo proprio dagli aspetti più cupi emersi negli ultimi anni, dove si è estesa quella “tenebra etica, sociale e culturale” evidenziata da Vasta nell’introduzione agli eventi.
A partire dalla sentenza di Johann Wolfgang Goethe, come prolegomeno dell’incontro: “Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera”.

Paolo Cacciolati

Pubblicato novembre 19, 2009 da allombradellaluna in altro

Greguerìa

di Loris Pattuelli

Condensazione del proprio pensiero poetico in brevi annotazioni, la greguerìa è definita da Ramòn Gòmez de la Serna come il grido confuso delle cose, un “tentativo di definizione di cose indefinibili”, che lega la metafora all’humour. Greguerìa viene da “greco”, sinonimo di “difficile, incomprensibile e magari astruso”. Un sinonimo equivalente ci porta ad algarrabìa, che sta per “arabo”, sempre nel senso di “difficile, incomprensibile e magari astruso”. Ci sarà mai una via d’uscita? L’autore dice che “Le rigaglie sono le greguerìas del pollo”. Ed è tutto così semplice, così pieno di logica e di fantasia.
Le greguerìas sono motti di spirito, aforismi poetici, haikai in prosa, epigrammi senza punta. Qualcuno ha parlato anche di un lavoro per manovali e per architetti, di un mormorio che evoca grida confuse, clamori, echi disordinati, rumori imprevisti e non catalogabili. Ma andiamo pure avanti.

Pubblicato novembre 13, 2009 da allombradellaluna in altro

Obama e il Dalai Lama

C’è uno stridore – o un apparente stridore – che può colpire la pubblica opinione occidentale. A ricevere il Nobel per la Pace è quel Barack Obama che pochi giorni fa non ha voluto incontrare un altro Nobel per la Pace, il Dalai Lama, in visita a Washinghton. Che invece si è visto con Nancy Pelosi, deocratica, figura comunque di prestigio dell’estabilishment obamiano.

INCONTRO A DICEMBRE Sembra una beffa. In realtà, si sa, Barack Obama ha posposto il faccia a faccia con il leader tibetano a dicembre, dopo la visita che il presidente compirà in Cina dal 15 al 18 novembre prossimi. Gli incontri fra i leader dell’Occidente libero e il Dalai Lama hanno un che di rituale, ma nella scelta di Obama sembra leggersi in controluce un preciso disegno, un’accortezza che sembra rispecchiare le motivazioni del Nobel: la capacità di dare un’accelerazione innovativa alle pratiche della diplomazia.

AVVERSIONE Data la radicale avversione che la Cina nutre per il Dalai Lama, ogni incontro tra un leader europeo o americano non solo ha il potere di far infuriare Pechino ma non aggiunge nulla alla causa di chi auspica un Tibet più autonomo, pur nell’ambito della Repubblica Popolare (per non dire di chi lo sogna indipendente, ma ormai anche il Dalai Lama chiede solo autonomia dentro la Cina). Obama dunque antepone il dialogo con la Cina, e infatti oggi i giornali cinesi danno gran rilevanza al viaggio asiatico del presidente e alla sua agenda principale: commercio, economia, clima.

Pubblicato ottobre 11, 2009 da allombradellaluna in altro

Maria De Filippi: 2

Quello dice che ha un salone di autonoleggio.
Dice “Io nella vita c’ho un salone di autonoleggio”.
Dice “Io c’ho”, proprio io c’ho nella vita.
La ragazza sul trono lo guarda e poi dice: “Maria, può restare”.
E quello si incolla alla sedia e sembra sbucare dalla tv.
In quel momento do un calcio allo schermo e mi faccio male al piede.
A me m’hanno eliminato alla prima puntata.
Alla ragazza ho detto: “Io nella vita…”, ma quella mi ha falciato le parole di bocca e, guardando verso Maria De Filippi, ha detto: “Maria no, è timido”.

Pubblicato settembre 18, 2009 da allombradellaluna in altro

Maria de Filippi: 1

Proprio così. Mia madre l’hanno presa al programma di Maria De Filippi quello degli uomini e donne che cercano l’amore in televisione. Io sto molto male quando vedo mia madre che corteggia uno dei tronisti, perchè quello ha i capelli tutti in avanti sulla fronte e tiene le scarpe slacciate. Non parla molto il tronista, invece mia madre parla molto e dice che quando fa le esterne con lui si sente se stessa. A me viene un nodo alla gola e mi sento pesante. Quando ci sono le esterne, a volte abbasso il volume, ma poi lo rialzo subito.

Pubblicato settembre 18, 2009 da allombradellaluna in altro

Città del Sole

Mettiamola così: è la mia festa e voglio regalarmi il rischio (a puntate) di un’idea di Città. Perché, se nessuno dei Sapienti osa, allora il rischio appartiene ai funamboli. Prima di sputarmi addosso, fatevi una passeggiata con me sulla corda tesa, per esempio, dalla Torre di Palazzo a Collemaggio, da Collemaggio al Mondo. Lo so che già altri l’hanno fatto, magari a cavallo di un asino. Lo so che già altri sono caduti. Stavolta tocca a me. Però non posso fare a meno di credere che ora sia un momento chiave della nostra storia e del nostro futuro, come i momenti di crisi profonda possono essere, e di richiamare alla mente le parole di Montaigne, che notava come spesso le “traversìe” possano essere trasformate in “opportunità

Pubblicato settembre 15, 2009 da allombradellaluna in altro

La confessione

di Vito Mancuso

Credente o non credente, non c’ è uomo che non abbia a che fare con la lotta contro il male che è in lui, che lui stesso ha commesso, ma da cui un giorno egli sente che deve liberarsi, magari senza sapere come né perché. Riconoscersi colpevole del male commesso e giungere a riconciliarsi con chi ne è stato vittima è infatti un’ arte difficile, che, come tutte le arti, non sorge spontanea ma scaturisce da un lungo esercizio. La Chiesa cattolica, grande maestra al riguardo con secoli di esperienza alle spalle, ha sempre riconosciuto un’ importanza essenziale all’ arte del perdono tanto da elevarla a “sacramento”, cioè a segno concreto in cui incontrare l’ azione divina. Lungo la storia tale sacramento ha conosciuto almeno tre diverse modalità di amministrazione: la penitenza pubblica nell’ età patristica, la penitenza tariffaria nell’ alto medioevo, la penitenza privata a partire dal secondo millennio.

Pubblicato settembre 15, 2009 da allombradellaluna in altro

Sermonti e il vizio del libro

Come hanno reagito i dantisti alle sue letture di Dante, alle edizioni della Commedia che lei ha commentato? «Lo fossi stato io, dantista, mi sarei molto scocciato: “Cosa vuole questo qui? Che titoli ha?”. Devo dire però che le mie cose sono piaciute a Pier Vincenzo Mengaldo, a Marco Santagata, a Nino Borsellino e ad altri. Poi la predilezione che mi ha accordato Gianfranco Contini è stata accolta così così dai continiani radicali e da chi ce l’ aveva con Contini, come Franco Fortini». Quando ha conosciuto Contini? «Lo vedevo spessoa casa di Roberto Longhi, a Firenze. Stavo zitto e gli dedicavo un’ ammirazione muta. Avrò scambiato con lui una ventina di parole. Poi quando proposi di leggere Dante alla radio, era il 1985, andai a trovarlo. Stava un po’ sulle sue e mi disse: «Mi foni». Parlava così, voleva dire «Mi faccia sentire». Gli declamai ilV dell’ Inferno.E lui: «Il solfeggio è perfetto, ma ora me lo legga». Alla fine fu d’ accordo. E così cominciai». Il Dante scelto per Il vizio di leggere è il Dante del Convivio. Perché? «L’ ho fatto contro lo snobismo di qualche linguista politicamente corretto o di qualche demagogo che vuole dimostrare come l’ italiano, stretto fra l’ inglese e i dialetti, abbia i giorni contati. Dante si trovò a fare i conti con denigratori di specie analoga. La furia morale del suo caratteraccio e la spietata esattezza del suo genio prefigurano negli antenati pusillanimi i loro nipotini bastardi». “Oggi qualche demagogo vuole dimostrare che l’ italiano ha i giorni contati”

Pubblicato settembre 11, 2009 da allombradellaluna in altro