Le radici sono i nostri figli

Torno a casa dopo cinque anni di vita all’estero, lontano dall’Europa, nella piccola Inghilterra del Pacifico, così la chiamano la Nuova Zelanda.
Torno a casa dopo cinque anni di “no al nucleare”, di attenzione all’ambiente, di scarsa burocrazia, di trasparenza, di soddisfazione, di cemento armato assente e di opportunità.
Non è che torno a casa perché casa mi mancava (“torno per mio padre che non sta bene” continuo a ripetermi.)
Come molti emigranti avevo finito per chiamare “casa” ciò di cui un tempo neppure ero al corrente. Ho finito per riconoscermi negli spazi vasti, nelle vedute aperte ai respiri, nei cieli che ancora sanno sollevare gli sguardi. E mi sono ritrovato ad amare, riamato, i miti degli antenati polinesiani, le storie dei navigatori degli oceani a oriente, le cosmogonie maori e l’effervescenza di quel multiculturalismo già in atto che in Italia fa paura e che altrove è considerato risorsa irrinunciabile.
Ecco. Salgo sull’aereo, e torno a casa, con la consapevolezza di aver di nuovo imparato l’arte antica della fiducia nel futuro: qualcosa che avevo smarrito tempo prima nella terra dei miei padri.
Fiducia nel futuro, penso. Penso: “capacità d’immaginarsi il domani”.

Pubblicato maggio 4, 2010 da allombradellaluna in altro

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