Luci nel buio

Novembre 19, 2009

Condensare in un post l’efflorescenza di spunti emersi nell’incontro di venerdì scorso a Cuneo, per Scrittorincittà, con Giorgio Falco e Antonio Scurati (Giorgio Vasta a moderare), è impresa fuori dalla mia portata. 
Certamente è stata l’occasione ideale per focalizzare il filo conduttore dell’intera manifestazione di quest’anno, dedicata alle Luci nel buio, partendo proprio dagli aspetti più cupi emersi negli ultimi anni, dove si è estesa quella “tenebra etica, sociale e culturale” evidenziata da Vasta nell’introduzione agli eventi.
A partire dalla sentenza di Johann Wolfgang Goethe, come prolegomeno dell’incontro: “Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera”.

Paolo Cacciolati


Una quotidiana via crucis

Novembre 19, 2009

Responsabile di tutto. C’è chi darebbe chissà cosa per esserlo. Per me è una pressione continua, a volte insopportabile. Potrei dire al cardinale: vorrei andare a Loreto, farò il predicatore, il direttore d’anime. Starei su un colle incantato affacciato sul Conero e l’Adriatico, le case senza tempo di Recanati, Osimo, Castelfidardo.

Fabrizio Centofanti


Immortalità

Novembre 18, 2009

Da dove vengo, dove sono diretto, in quale città mi riconosco? Quale strada sento come mia, riconoscendone ogni svolta, identificandone agilmente sapori e odori, e soprattutto progettando un itinerario possibile, custode delle tracce di un futuro?

Fabrizio Centofanti


Io sono niente

Novembre 18, 2009

Era Yom Kippur, giorno considerato il più sacro e solenne del calendario ebraico, totalmente dedicato alla preghiera e alla penitenza. In questo giorno molto importante, un rabbino, mentre celebrava la festività, guardava la Torah, la sacra Torah esposta nella sinagoga. A un tratto lo prese un’ispirazione …

Cominciò a battersi il petto, dicendo:

— Io sono niente, io sono niente, oh io sono niente.

Lì accanto c’era il cantore. Il cantore è colui che legge i rotoli durante le funzioni. Vedendo il rabbino comportarsi così, s’avvicinò ai rotoli e prese a battersi il petto anche lui, dicendo:

— Io sono niente, io sono niente, oh io sono niente.

E c’era anche lo scaccino, che spazzava il pavimento. Osservò quel che facevano gli altri due, si avvicinò ai rotoli e incominciò a percuotersi il petto dicendo:

— Io sono niente, io sono niente, oh io sono niente.

Il rabbino lo guardò per un po’ e poi si rivolse al cantore:

— Guarda un po’… e questo qui, chi crede d’essere?


Greguerìa

Novembre 13, 2009

di Loris Pattuelli

Condensazione del proprio pensiero poetico in brevi annotazioni, la greguerìa è definita da Ramòn Gòmez de la Serna come il grido confuso delle cose, un “tentativo di definizione di cose indefinibili”, che lega la metafora all’humour. Greguerìa viene da “greco”, sinonimo di “difficile, incomprensibile e magari astruso”. Un sinonimo equivalente ci porta ad algarrabìa, che sta per “arabo”, sempre nel senso di “difficile, incomprensibile e magari astruso”. Ci sarà mai una via d’uscita? L’autore dice che “Le rigaglie sono le greguerìas del pollo”. Ed è tutto così semplice, così pieno di logica e di fantasia.
Le greguerìas sono motti di spirito, aforismi poetici, haikai in prosa, epigrammi senza punta. Qualcuno ha parlato anche di un lavoro per manovali e per architetti, di un mormorio che evoca grida confuse, clamori, echi disordinati, rumori imprevisti e non catalogabili. Ma andiamo pure avanti.


Un’arte

Novembre 13, 2009

Aveva immaginato,
a tratti, di comporre
ossa, lacerti della carità nostrale.
Comunicava con la stirpe
con impercettibili segnali
di fumo, vapori da tegami
in terracotta.
Credeva poi alla buona sorte
del tronco – da incidere,
scolpire…

Enrico De Lea


Affari

Novembre 2, 2009

L’abbiamo visto tutti. L’hanno commentato scrittori e specialisti, casalinghe, baristi, professori. Secondo me, c’è poco da dire. La fine della civiltà, l’inizio della giungla. Ammazzare come si offre un caffè, un gesto che non desta sentimenti, solo un filo di curiosità. Ci si passa sopra, fra tante cose a cui pensare. Affari di vario genere. Affari tuoi, affari miei. Affarinculu.


Edificare una cattedrale

Novembre 2, 2009

Una vocazione è presente in ogni uomo.  Così scriveva Isaiah Berlin, in un suo famoso libro, Il legno storto dell’Umanità.

Berlin scriveva che il fine dell’uomo è quello di realizzare a qualunque costo la visione personale che ha dentro di sè.  E il peggior delitto di cui possa macchiarsi è l’infedeltà a questa meta interiore che è sua e soltanto sua.

La vocazione riguarda tutti.  E si direbbe anche che questa vocazione è ciò che potenzialmente può salvare ogni essere umano.  Il problema però è che ‘ascoltare la propria vocazione’  (non necessariamente artistica, ma creativa nel senso più generale del termine, che vuol dire positiva e non distruttiva) è diventato oggi sempre più difficile, in un mondo che sembra aver perso gli orientamenti utili,  e sembra spingere verso l’accumulazione di dati (in gran parte inutili) e la dispersione di energie.