Una poesia di Stèphane Mallarmè

Agosto 30, 2009

Nello strombo che accoglie
il vecchio sandalo che si sdora
della sua viola scintillante
un tempo con flauto e mandola,

sta la Santa pallida e mostra
il vecchio libro spiegato
del Magnificat sgorgante
un tempo a vespro e a compieta:

a quel cristallo d’ostensorio
che sfiora un’arpa dall’Angelo
formata nel volo serale
per la delicata falange

del dito che scende e risale
senza libro né vecchio strumento
sul melodioso piumaggio
musicante del silenzio.

Stephane Mallarmè


Tracce

Agosto 30, 2009

Non perderò niente di quello che mi hai dato. Mi guardo intorno: nessuno può prendere il tuo posto. Ho vicino persone straordinarie, ma c’è una presenza che ricorda la Presenza. Mi confidasti un’immagine, una volta: il coperchio su una pentola e tu che domandavi: posso toglierlo?


Serial writer

Agosto 29, 2009

La notte è più difficile, lo saprà di certo anche lei.
La notte nel silenzio ci sono volte che non la controllo: la parola monta, monta, monta, e poi tracima. Di notte se dormissi sarebbe meglio, è chiaro, ma il problema è che la bionda della volta scorsa non ha capito nulla di tutta la faccenda. Certo che no, si fidi, per questo ha fatto quella gran cagnara da circo, ché se fosse stata zitta un solo momento ad ascoltare, non saremmo qui, né io, né lei.
In verità capiscono di rado.
E direi che non ci provano nemmeno, coi tempi che corrono.


Futili motivi

Agosto 29, 2009

di Felice Muolo

Quando inizio a scrivere un racconto, so solo vagamente come andrà a finire e il più delle volte lo chiudo diversamente da com’erano le mie intenzioni iniziali. La storia che vorrei raccontare adesso ho cercato di scriverla infinite volte ma non sono mai riuscito a incominciarla. Il motivo credo consista nel fatto che conosco esattamente come va a finire. E, dal momento che narra una vicenda realmente accaduta, non potrei terminarla diversamente da come si è conclusa. Per poter riuscire nel mio intento, liberare una volta per tutte il mio cervello dalla sua incombenza, ho pensato di riportarla dalla fine.


Una bevanda scura servita con ghiaccio e limone

Agosto 28, 2009

di Gianmario Lucini

E’ una bevanda scura servita con ghiaccio e limone

ma non ne dico il nome per non pubblicizzare

un impero industriale mascalzone

che assolda bande di teppisti per uccidere

operai sindacalisti

e dove passa stende una bava di veleni

una scia di orfani vedove e terrore.

 

A molti piace questa orrenda mistura

di acqua caramello e caffeina

con qualche goccia di sangue in sospensione

che sale su dai profondi del bicchiere

con l’effervescenza di allegre bollicine

a me invece parla con voce maligna

che sale dai meandri più oscuri della storia

dalle nebbie dove il fuoco lottando con l’acqua

produceva il mostro capace di amare

e questa bevanda che si adatta a ogni stagione.

In Dio noi crediamo

sta scritto sul danaro americano

mal il vero dio sta lì frusciante

nel palmo della loro mano,

sta in quelle bollicine che impattano

con fragore contro il vuoto dell’aria

o il rutto che rompe dal centro animale

e sale nelle zone dello spirito:

è lì che grandeggia il pensiero razionale

e il cinismo che rimuove il dolore

per vedove ed orfani senza volto e colore

per gli oprerai trucidati dall’obiettivo aziendale

sgozzati senza far chiasso

sull’altare del capitale.


Filastrocca dei giorni

Agosto 28, 2009

di Nadia Agustoni

 

I giorni allegri sono in festa

e per casa hanno il cielo

ogni giorno non per dire

han qualcosa da gioire.

 

Chi ha avuto forse intero

un giorno triste o solo nero

pensa invece da scontento:

“tutto è storto e molto incerto”.

 

I giorni tristi sono uccelli

in un disegno ad acquarelli

hanno ali nere e uguali

come al fondo sono i mari.

 

 

Chi è perduto in giorni nuovi

troverà un alberello

e dai rami intonerà

fiori, foglie o un chissà.

 

E di giorni giovincelli

i bambini ci diranno

se è pesce dell’ aprile

il loro dare e non dire.


La prima persona

Agosto 24, 2009

di Ezio Tarantino

[La prima persona] è un modo furbo per sottrarsi alle proprie responsabilità. Ci si nasconde dietro una maschera e tutte le banalità che vengono fuori sui scaricano sul personaggio. Questo equilibrismo fra autore e personaggio non mi piace. Non si capisce se sei bravo oppure no. Scrivere in prima persona è terribilmente facile, chi non scrive non può capire” (Ian McEwan)

Mettendo a posto i ritagli di giornale giudiziosamente messi da parte e accatastati in un cesto nato per contenere deliziose prelibatezze natalizie e poi abbandonato in un angolo del soggiorno, mi sono imbattuto in una intervista rilasciata da Ian McEwan al Venerdì di Repubblica del novembre dello scorso autunno, nella quale dice alcune cose interessanti , e altre come questa, sull’uso delle prima persona, sulla quale non sono per niente d’accordo.


I semi delle fave

Agosto 24, 2009

I semi delle fave, di Simona Lo Iacono

Le otto. A quest’ora il signor barone padre è già tornato dalla caccia, puoi vederlo con la selvaggina in spalla maleodorante di sangue, la giacca sporca di fango e sudore. Lo spii sempre da quel buco che hai scavato nella porta della dispensa, dove ti intrufoli all’alba per non essere visto e dove la balia neanche immagina che ti sei nascosto.
D’altra parte nessuno bada a te. Anzi, a volte ti pare che neanche se lo ricordi, il signor barone padre, di averti per figlio. Forse perché ne ha altre nove , tutte baronuzze anche loro del casato dei Miscichè, il più antico del feudo di Lenzavacche. Nove femmine tutte di fila, suore o novizie del vicino convento delle clarisse, spose di Gesù fin dalla nascita per preparare la tua venuta, l’erede maschio.
Quando venisti al mondo eri nero di pelurie come tutti i Miscichè, forte e impiantato come dev’essere ogni maschio. L’orgoglio del signor barone padre, o almeno così ti dicono.
La balia ti racconta ancora dei festeggiamenti per la tua nascita , dieci anni addietro, quel 13 dicembre 1790. Tutti a rendere omaggio al signorino barone figlio, Vincenzo Lucio Maria di Gerlando Osvaldo dei Miscichè.
Tutti stupiti di trovarti avvolto nella cappa di damasco nero che le sorelle clarisse ti ricamarono quasi si trattasse di una veglia.


Ridere

Agosto 22, 2009

Nemmeno che io, con tutta la stanchezza che mi trovo addosso, possa trasmettere qualcosa a una banda di ragazzi scatenati. Mi viene da ridere a pensarci. Perché hai riso, Fabrizio? Non ho riso. Sì, hai proprio riso. Ecco, vorrei sorridere anche nell’ora della morte, che spera di trovarmi impreparato, troppo stanco per resisterle ancora, per dirle che non mi fa paura.

Fabrizio Centofanti


La speranza di non essero

Agosto 22, 2009

la disperazione è silenziosa
la diresti muta
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola parola
a memoria

la disperazione è calma
la diresti inerte
se non conoscessi perfettamente
ogni suo singolo movimento
a memoria

la disperazione è miope
la diresti cieca
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola forma
a memoria

la disperazione è acida
la diresti amara
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola dolcezza
a memoria

la disperazione è pacata
la diresti sorda
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola reazione
a memoria

la disperazione è disperata
la diresti senza speranza
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola speranza
a memoria

speranza
la disperazione è speranza
la diresti disperazione
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola speranza
a memoria

speranza
di non esserlo

speranza!

Fabio Barcellandi